Mistocrazia, crisi del diritto internazionale


Il potere del diritto internazionale europeo e le sue difficoltà nell’epoca della crisi economica. Crisi del diritto e crisi degli stati, una concausa della crisi.

BASILEA – Il potere del diritto internazionale europeo sta vivendo sotto certi aspetti un periodo di crisi pari o superiore a quello dell’economia. Tutto ciò proprio mentre, storicamente, nasce la sua versione più compiuta e per questa ragione fragile. E mentre gli interessi politici generali sono distratti dalla preoccupazione verso l’immediato che ogni urgenza porta, si tralasciano le analisi di lungo termine.

Come scrivevo tre anni fa: dopo la crisi finanziaria (“astratta”, che coinvolge gli istituti più grandi), sarebbe venuta quella economica (molto più concreta, che giunge alle imprese e si ritorce di conseguenza sul pagamento delle imposte), e infine quella degli stati (ancora più concreta, poiché si ripercuote sui servizi, sui cittadini e sulla tenuta generale). In un circolo che, per riassumere un po’ riduzionisticamente, si autoalimenta. I risultati di ciò si vedono oggi, ma hanno radici ancora più lontane.

In questo contesto, gli organismi sovranazionali moderni mostrano una certa inadeguatezza e sembrano dimostrare sempre più di funzionare sulla base del finanziamento e dell’indotto, e non per mezzo dei principi che ne costituiscono le fondamenta statuarie. Si vedano, come meri esempi simbolici, la recente decisione statunitense di tagliare le sovvenzioni all’UNESCO a seguito dell’accoglimento palestinese nell’organizzazione, o la complessa situazione siriana: il cui grafico sul prodotto nazionale parla più di molti opinionisti. Ma si guardi soprattutto al quadro dell’Europa: obbligata per sopravvivere a salvare le economie più deficitarie pure quando la loro situazione è figlia, tra i vari fattori, anche della continuata violazione alle norme di stabilità previste.

Tutti esempi diversi che evidenziano un modus operandi comune sempre più radicato nelle istituzioni e fuori da esse. Non considerare questo stato di cose come una delle ragioni indirette – per altri molto diretta – delle crisi è probabilmente miope. In un sistema nel quale il diritto, nel suo senso più nobile e antico, è spogliato anche da ogni valore ideale e superato da logiche di interesse oligarchico, difficilmente infatti c’è equità, e difficilmente vi sono regole diverse da quelle plasmate in modo variabile dagli attori del mercato a seconda delle convenienze del giorno.

Si potrebbe definire uno stato di Mistocrazia (da misthos: stipendio, compenso). Già a fine ottocento, in riferimento al corporativismo imperante, si parlò di un sistema di Crisocrazia (potere dell’oro). Ma a prescindere dal nome: è un sistema regredito negli obiettivi ma moderno nei mezzi, che appare nell’epoca della morte delle ideologie in una forma rinnovata . Una sorta di versione postmoderna ed evoluta del feudalesimo, più che un’organizzazione sociale pienamente democratica, meritocratica ed egualitaria. Su Internet si potrebbe chiamare ironicamente Medioevo 2.0.

L’aspetto più preoccupante è che questa Mistocrazia coglie le deviazioni dei suoi sistemi predecessori ma si adatta sempre più all’evoluzione della società e del diritto moderno, slegandosi dai sistemi di valori precedentemente usati a modello, e aggirandolo: quasi mai violandolo, oppure violandolo entro limiti controllabili. Un sistema che modifica il diritto agendo all’interno del suo stesso campo o lo sfrutta facendo pressione esternamente su chi ne è attore, generando un sistema clientelare spesso inconsapevole e formalmente legale, ma che ne svuota i principi e lo trasforma in alcuni casi da potenziale ostacolo contro le proprie condotte ad arma utile contro chi ha meno potere.

L’Italia, in questo, insegna da anni. Se è vero, come scrisse Indro Montanelli, che una buona maggioranza delle norme nazionali recenti è stata pensata e scritta da una casta di avvocati – e non giuristi – in condizione di costante di conflitto d’interessi. Se è vero, come disse Altiero Spinelli, che le «baronie economiche» sono una delle componenti di questi fenomeni già dalla prima metà del novecento. E se è vero, infine, che sono almeno vent’anni che i governi agiscono d’urgenza, sovente in violazione delle norme comunitarie, prevalentemente per i propri interessi di casta e mai a lungo termine, non c’è da stupirsi che uno degli stati in maggiore difficoltà sia proprio il nostro.

Le concause della fragile situazione del diritto e dell’economia internazionale di fronte alle crisi sono naturalmente numerose, e semplificarle in una breve analisi giuridico-politica potrebbe essere fuorviante se non errato: ma dimenticare una delle concause è con ogni probabilità un’imprudenza altrettanto grave, se se ne vuole uscire.

Luca Spinelli

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